Ho visto nascere tanti bambini morti in Afghanistan. Sono un medico, che lavora nelle zone di guerra. Quei territori brulli, scoscesi, sui quali mi arrampico, per raggiungere lì, dove c’è bisogno di me, sono la mia vita. Quel che resta della mia vita. Sono anni che condivido il destino delle popolazioni civili di questo paese. Esposto alle loro stesse malattie e paure. Ma non sono più infelice di un mio collega che fa il medico in un grande ospedale di Parigi o magari in una clinica privata di Ginevra. Mi mancherebbe il calore, la tenerezza di questi poveri infelici, che mi abbracciano a volte senza braccia, e sanno guardarmi con gli occhi pieni di amore, anche se accecati dall’esplosione di una bomba. E’ dura, non c’è in me nessun a velleità di fare il don Chisciotte.
Piango spesso lacrime di acciaio. E quando lo faccio, alzo gli occhi al cielo, invocando un Dio, chiedendogli una risposta, supplicandolo di darmi un’anima pura, in mezzo a tanta efferata meschinità. Vivo in un accampamento che condivido con alcuni colleghi amici, nella buona e la cattiva sorte. Ognuno di noi ha turni diversi. Quando, percorrendo quei territori brulli e neri, incontro i talebani armati di potenti mitra, so che non mi faranno del male. Perché sono convinto che Dio mi ha dato quell’anima bianca come il mio camice, che ogni giorno mi salva dalla morte. Vado a curare gli uomini e le donne che hanno bisogno.
Ieri sera ero così stanco che dopo essermi addormentato, sono stato rapito da un sogno bellissimo: la voce di una principessa mi raccontava che L’Afghanistan era un luogo mitico. Vi erano terreni dove fiorivano bellissimi giardini i laghi erano color turchese immersi nel beige della terra color polvere. E si distendevano le pianure del Kandakar dove un tempo si coltivavano buonissimi melograni e l’uva più dolce del mondo.
Mi risvegliai dentro un letto di ospedale. Ero in Italia. I medici e le infermiere parlavano la mia lingua. Ero agitato e sudato, chiedevo, volevo sapere perché mi trovassi lì. “Sono un medico”, “Sono un medico”, ripetevo a singhiozzi.
Dopo qualche giorno seppi che avevo contratto un tumore maligno, per essere stato contagiato dall’uranio impoverito.
” Non vi sono miniere di uranio in Afghanistan, le armi ad uranio impoverito vengono usate dai soldati statunitensi, non solo per distruggere l’obiettivo ma per un preciso principio della dottrina militare degli Stati Uniti: la contaminazione radioattiva dell’ambiente e della popolazione civile”. Repubblca, 9.2007
Paulette Ievoli
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