
Quando si pensa ai Caraibi, il pensiero corre lungo le chilometriche spiaggie bionde, lambite dal mare riscaldato dal sole dei tropici. Si pensa al danzare, lento, sensuale, sfrenato. Perché il caraibico la musica ce l’ha nel sangue, forte come un richiamo che viene da lontano. Quando parte la musica, il corpo la segue “ignorante” di un’allegria “che lo consuma”. I suoni più famosi in Europa, che identificano a torto il carattere di questo popolo, sono quelli allegri, veloci, da far girare la testa per tutta la notte, abbracciati a un sogno, che l’alba spazzerà via. La vera musica dei caraibi, il cuore che batte al ritmo della sua storia, è quella stravolgente del tamburo(strumento simbolo di tutti i paesi colonizzati), che comunica un desiderio impossibile, esprime la disperazione di chi piange la sua libertà rubata. Una suono possente come un grido di guerra, una forza che si scatena dentro e ti fa correre verso una vita cancellata. E allora cos’è la la vita se non la prigionia di un corpo senz’anima?
Molti scrittori hanno intessuto leggende sul potere di quella musica, che quando entra nel sangue del corpo, lo fa muovere da solo, con una sensualità senza inibizioni. Un poeta afro americano scrisse “Il tuo ventre sa più della tua testa, tanto quanto le tue cosce. E quel caimano scuro che nuota nello Zambesi dei tuoi occhi”. Ed è proprio così: con il corpo si pensa, si esprime quella gioia dei sensi, quel piacere sessuale senza amore è quasi un rito, perché non esiste una cultura della vergogna. Circa un secolo e mezzo fa, i caraibici, erano macchine da lavoro, animali per fare figli, oggi i diritti dell’essere umano sono estesi a tutti gli uomini e donne, ma se ascolti i racconti di una donna dalle mani nodose e la pelle raggrinzita dal tempo, seduta a dondolarsi sulla veranda di una vecchia casa in stile coloniale, mentre si riscalda all’ultimo sole della vita, capisci….
capisci che questo posto del mondo, è ancora alla ricerca della sua anima perduta. Quando una persona muore, durante la veglia funebre, si organizzano banchetti, vengono invitati il numero maggiore di gente possibile, rigorosamente vestiti di bianco, e tutti, anche i familiari più stretti, sfoggiano sorrisi, ridono forte, mangiano con appetito. E’ una gran festa! Nelle zone rurali dove la tradizione della veglia è più pura, si suonano i tamburi con una modulazione lenta. Annunciano che qualcuno sta tornando alle origini. O che è partito per raggiungere quel sè stesso che hanno costretto a rinnegare. Annunciano che una catena si è spezzata per sempre. Un’anima è stata ritrovata!
Paulette Ievoli
Postato in: le Culture | Messo il tag: danza, mare, rito, sole, tamburo, vacanza



