Firenze – Ultimo di ottobre, stadio Artemio Franchi: ingresso ospiti P12, fila 28, posto 43, un inutile elenco di coordinate, a cui corrisponde l’anarchia che regna sugli spalti. Questi in estrema sintesi i risultati pratici del tanto decantato decreto-Pisanu: biglietto nominale, tornelli all’entrata e posto riservato come se si andasse a teatro. Ma dietro l’apparenza volta a tranquillizzare il cittadino-tifoso medio, resta la realtà delle condizioni bestiali in cui si ritrova chiunque voglia andare a seguire la propria squadra in trasferta. A Firenze eravamo quasi in 5mila a sostenere il lanciato Napoli impegnato sul difficile terreno dei viola: uno stadio non certo all’altezza delle vette raggiunte da Mutu & compagni. Siamo finiti stipati in una simil-gabbia dalle altissime recinzioni che, piccolo particolare “insignificante” rispetto alle “necessità” dell’ordine pubblico, ci impedivano di vedere più della metà del rettangolo di gioco. Ciò nonostante avessimo sborsato la “modica” cifra di venti euro a testa per il biglietto, oltre alle non indifferenti spese di viaggio. E poi si lamentano che la gente diserti gli stadi per starsene tranquilla davanti alla tivù…
Ormai con la definizione “esigenze di sicurezza” viene giustificata qualsiasi decisione d’ordine pubblico, ma che senso ha concedere migliaia di posti ai tifosi ospiti se poi non li si mette in condizioni decenti per assistere allo spettacolo? E a che serve stampare sul biglietto il numero della fila e del posto, se poi nella realtà ti ritrovi ammassato casualmente al resto della massa tifante? Insomma, chi ancora si ostina a voler vivere in prima persona l’evento pallonaro, rappresenta de facto solo un pollo da spennare che deve sottostare, senza lamentele, a direttive imposte dall’alto, rispetto alle quali non ha alcuna possibilità di interagire. Un esempio? A fine partita siamo rimasti chiusi per circa tre quarti d’ora all’interno dello stadio, in attesa di potercene tornare mestamente a casa per riflettere sui motivi dell’annullamento del gol del Pampa Sosa. Ovviamente si sarà trattato di questioni d’ordine pubblico, ma non sarebbe stato doveroso concedere almeno un banale avviso dall’altoparlante alle migliaia di tifosi partenopei abbandonati nel deserto del Franchi? Avrebbe rappresentato un modo elegante per distinguere i cittadini da una mandria di bovini, che non possono sapere quando finiranno al macello.
Come si può parlare di sport o divertimento quando ti ritrovi in un clima da stato di guerra? La “liberazione” dallo stadio è stata quanto meno grottesca, e la massa è fuoruscita ansiosa nel caos generale: effetto inevitabile della tensione accumulata e tenuta a lungo sotto pressione, come se si stringesse ancor di più il tappo della bottiglia di una bibita già sin troppo gasata. La strada sembrava il set cinematografico di Apocalypse now: camionette di poliziotti in assetto anti-sommossa ad ogni angolo, e tra la folla una miriade di “cani sciolti” che da un momento all’altro potevano scatenare la fatidica scintilla. E trasformare la semplice aria di tensione in un inferno di cariche, manganellate e corse allo spasimo per non fare da “vittima sacrificale”, come capita spesso agli innocenti checché ne dicano le cronache giornalistiche.
La gran parte dei media è tanto pronta ai titoloni di condanna della violenza, quanto disattenta nell’indagarne in maniera dettagliata le cause scatenanti. Ad esempio in una città come Napoli, dove si rischia quotidianamente la vita anche per poche decine d’euro, come si può pensare che il calcio possa rappresentare un’isola felice? Oggi il circo rotondolatrico è più che mai lo sfogo dei peggiori istinti primordiali, e chi lavora negli uffici societari non dà certo il buon esempio. Così dietro ai vessilli della propria squadra del cuore si incanalano abitualmente le frustrazioni determinate da una realtà sociale sempre più in disfacimento. E per i governanti è di certo meno problematico affrontare i casini da stadio, piuttosto che delle rivendicazioni sociali di massa. Cui prodest la violenza nel calcio?
Pepzeman
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