Napoli. È ancora emergenza rifiuti

foto di Marco Del Sordo da flickr

In alcuni comuni è dal 18 dicembre che non vengono ritirati i rifiuti. Le zone ai bordi delle strade preposte per i cassonetti sono diventate delle vere e proprie discariche. Si registrano scene pietose soprattutto nel casertano e nella periferia di Napoli dove i cumuli di rifiuti si addossano lungo le vie. Cumuli di materia in putrefazione brulicanti di germi che emanano un “puzzo”intollerabile. Ostacolano il passaggio pedonale, il traffico. Dove non c’è immondizia ci sono dei cumuli nerastri, in alcuni casi ancora fumanti. Immondizia bruciata.
Gli ingressi di scuole, di negozi, di palazzi barricati dai rifiuti.
Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le proteste. Cassonetti ribaltati per le strade. Cassonetti bruciati. Presidi e manifestazioni contro la riapertura della discarica di Pianura. Fantocci di pezza appesi agli alberi di corso Umberto con frasi contro la giunta comunale e provinciale.

I sindaci protestano, inviano lettere di solidarietà ai manifestanti, protestano con i loro cittadini, attirano l’attenzione dei mass media, dell’opinione pubblica. Si cerca di arginare l’emergenza con l’invio dal governo del genio militare per sgombrare le scuole dai rifiuti e garantirne l’apertura. Si parte da Caserta. La tensione resta alta a Pianura, i manifestanti abbattono un muro per isolare il sito: tre feriti. Le forze dell’ordine sfondano il blocco stradale per raggiungere la discarica. Riaperte le scuole ma le lezioni non si stanno svolgendo in maniera regolare. Isolato il comune di Quarto. La A1 Milano-Napoli, nel tratto compreso tra lo svincolo di Villa Literno e Caserta sud, verso Roma, chiusa al traffico, per una manifestazione. Ad Avellino è stata bloccata ogni attività di raccolta dei rifiuti, anche negli ospedali, nelle carceri e nelle caserme. Occupata da manifestanti la stazione di Pozzuoli, disagi anche per chi viaggia in metropolitana.

Intanto si discute a palazzo Chigi.
Ad ogni notiziario si susseguono le repliche del politico di turno. Si cerca di trovare delle soluzioni. Si accusa e si cerca di trovare un responsabile. Si mostrano indagini che sono state fatte, statistiche, prospetti con i fondi che sono stati stanziati. Le immagini di chi protesta, dei cumuli ai bordi delle strade entrano in tutte le case italiane.
Scene già viste. Perché in Campania l’emergenza rifiuti dura da ben 14 anni!
I cittadini esasperati scrollano le palle ed invocano pazienza. Nei volti si legge rabbia ma anche tanta rassegnazione. C’è chi scende in piazza e chi invece continua a vivere la propria vita di ogni giorno guardando con indignazione i cumuli e i cassonetti stracolmi sotto casa. Ma tutti si chiedono quando e come sarà possibile affrontare in modo definitivo la questione emergenza rifiuti in Campania.

Carmela Romano

La tombola de’ femminielli

NAPOLI – L’esilarante spettacolo della ‘tombola de’ femmenielle’ sarà in scena venerdì 14 e sabato 15 dicembre, in via San Giovanni Maggiore Pignatelli 1/c, alle 21,00. La casa-Museo di Pulcinella celebrerà la ritualità natalizia in una delle rappresentazioni più significative della tradizione napoletana. Ironie, buffonate e credenze partenopee: prendendo spunto dalla famosa tombola reclamata dai ‘femminielli’, gli attori an travesti reciteranno e canteranno pezzi di repertorio del teatro classico napoletano, lasciandosi ispirare dai numeri estratti dal ‘panariello’. Intanto si degusteranno succulente pietanze dell’antica cucina. Domenica pomeriggio, invece, Li febi armonici alle ore 12,30 eseguiranno uno spettacolo di teatro totale ‘Il sogno del presepe’, una performance ispirata al desiderio di metamorfosi dei pastori in esseri umani. Per informazioni e prenotazioni rivolgersi ad Apoteka dei Tesori di Napoli Tel. 339-2993925 o 081-3654592. Per gruppi da dieci persone, sconto del 10%.

Afghanistan 2007

Ho visto nascere tanti bambini morti in Afghanistan. Sono un medico, che lavora nelle zone di guerra. Quei territori brulli, scoscesi, sui quali mi arrampico, per raggiungere lì, dove c’è bisogno di me, sono la mia vita. Quel che resta della mia vita. Sono anni che condivido il destino delle popolazioni civili di questo paese. Esposto alle loro stesse malattie e paure. Ma non sono più infelice di un mio collega che fa il medico in un grande ospedale di Parigi o magari in una clinica privata di Ginevra. Mi mancherebbe il calore, la tenerezza di questi poveri infelici, che mi abbracciano a volte senza braccia, e sanno guardarmi con gli occhi pieni di amore, anche se accecati dall’esplosione di una bomba. E’ dura, non c’è in me nessun a velleità di fare il don Chisciotte.

Piango spesso lacrime di acciaio. E quando lo faccio, alzo gli occhi al cielo, invocando un Dio, chiedendogli una risposta, supplicandolo di darmi un’anima pura, in mezzo a tanta efferata meschinità. Vivo in un accampamento che condivido con alcuni colleghi amici, nella buona e la cattiva sorte. Ognuno di noi ha turni diversi. Quando, percorrendo quei territori brulli e neri, incontro i talebani armati di potenti mitra, so che non mi faranno del male. Perché sono convinto che Dio mi ha dato quell’anima bianca come il mio camice, che ogni giorno mi salva dalla morte. Vado a curare gli uomini e le donne che hanno bisogno.

Ieri sera ero così stanco che dopo essermi addormentato, sono stato rapito da un sogno bellissimo: la voce di una principessa mi raccontava che L’Afghanistan era un luogo mitico. Vi erano terreni dove fiorivano bellissimi giardini i laghi erano color turchese immersi nel beige della terra color polvere. E si distendevano le pianure del Kandakar dove un tempo si coltivavano buonissimi melograni e l’uva più dolce del mondo.

Mi risvegliai dentro un letto di ospedale. Ero in Italia. I medici e le infermiere parlavano la mia lingua. Ero agitato e sudato, chiedevo, volevo sapere perché mi trovassi lì. “Sono un medico”, “Sono un medico”, ripetevo a singhiozzi.
Dopo qualche giorno seppi che avevo contratto un tumore maligno, per essere stato contagiato dall’uranio impoverito.

” Non vi sono miniere di uranio in Afghanistan, le armi ad uranio impoverito vengono usate dai soldati statunitensi, non solo per distruggere l’obiettivo ma per un preciso principio della dottrina militare degli Stati Uniti: la contaminazione radioattiva dell’ambiente e della popolazione civile”. Repubblca, 9.2007

Paulette Ievoli

Flusso di coscienza

taxi-driver-01.jpgLa frase che disse Enzo Biagi: “Non scrivere mai qualcosa su altri che non vorresti fosse scritta su di te” potrebbe dare adito ad un’altra interpretazione. Implicherebbe che si abbia qualcosa da nascondere, e che non si possa scrivere quella cosa perchè anche chi la vorrebbe scrivere si sia macchiato dello stesso peccato. Per cui qualcuno potrebbe pensare  che la buonanima si sia buttato la zappa sui piedi. Non me ne voglia il signor Corsi, ma diciamo che non sia proprio da emulare questa massima alla luce di questa interpretazione. La verità non è sempre una cosa rivoluzionaria se io giornalista avessi qualcosa da nascondere e non la potrei raccontare. L’argomento con cui vorrei intrattenere i miei “cari 25 lettori”  spazierà dalle geopolitica alle cause della violenza della nostra società.  

Per globalizzazione si potrebbe intendere un meccanismo di collaborazione finanziaria tra i paesi più ricchi del mondo(G8), che a loro volta si stringono rapporti con altri paesi meno potenti per poter produrre e smerciare i prodotti che poi immetteranno nel mercato di quei paesi con i quali hanno stretto patti finanziari. Detto così sembrerebbe una questione di Stato inteso come organo politico e regolatore dei mercati, invece lo Stato o meglio gli Stati ( a parte l’USA ed ora anche la Cina) e la loro politica centrano ben poco. I veri masters sono le multinazionali e i mercati finanziari che controllano e indirizzano le politiche interne verso una tipologia precisa di relationship e di collaborazionismo. Inutile citare la comunicazione globale raggiunta grazie ad Internet e i benefici che ne ha tratto il mercato finanziario.   

Ora che abbiamo messo in chiaro che il motore del mondo è l’economia intesa nel suo senso più slanciato, possiamo andare ad analizzare le varie problematiche e i vari conflitti che contraddistinguono alcune aree del pianeta. Prima di tutto si deve dire senza alcun dubbio alcuno che la religione oggi viene strumentalizzata e utilizzata come pretesto semplicemente per creare presupposti di guerriglie in quelle aree ad interessate di mercato, ecco perché delle guerre in Africa non se ne fotte nessuno. Ovviamente alla maggior parte degli abitanti del pianeta, nel vedere le immagini dell’11 Settembre alla tv, sui giornali e su internet e oggi anche al cinema, sarà sorta la domanda: ”ma perché Osama Bin Laden è così cattivo da far schiantare due aerei nelle torri gemelle?” E i media hanno risposto:”Perché è islamico! Gli islamici sono fondamentalisti! I fondamentalisti sono kamikaze! I kamikaze sono assassini che si fanno saltare in aria!”. Mica hanno detto prendetevi un libro di storia contemporanea e più precisamente uno sulla guerra fredda! Cosi l’america va in Afghanistan a cercare Bin Laden ma purtroppo non lo trova. Spacca tutto. Fa cadere il regime dei talebani e viene instaurato un “governo democratico” e le donne finalmente vengono considerate come persone e non solo come animali riproduttivi. Tuttavia Bush vuole andare a trovare Saddam, visto che si trova a due passi, perché è sicuro che è in possesso di armi di distruzione di massa , (non si può rischiare un attacco nucleare da parte di un regime islamico?!), e dal marzo 2003 si trova con le forze alleate in Iraq a creare solo casini. 

Intanto in Francia un tizio, un certo Thierry Meyssan , pubblica un libro “L’incredibile menzogna”, nel quale spiattella al mondo intero che sul pentagono non si è abbattuto nessun aereo. WAW! Infatti nell’area interessata all’impatto non è stato mai ritrovato un pezzo dell’aereo che si sarebbe schiantato sul pentagono. Ma allora cosa è caduto sul pentagono? Dopo un po’ si capii che sul pentagono fu lanciato un missile. Si, ma da chi? Fu un caccia americano a bombardare il pentagono? “No. Non è possibile!” diranno tutti.Così nella stragrande maggioranza delle nazioni del mondo si diffonde una islamo-fobia, paranoie varie sulla religione islamica, idiosincrasie senza motivazioni tangibili, psicosi sugli attacchi batteriologici e chimici, psicosi sui voli aerei alla vista di un qualsiasi cittadino mediorientale e via dicendo, il tutto contornato dalla mucca pazza e dalla aviaria. Olè! 

Ora bisogna far sapere una cosa. Dante ha tratto spunto per la Divin Commedia da scritti di origine islamica e precisamente dal “Liber Scalae Maometti”. Questa cosa potrebbe infastidire qualcuno. Non invece i costruttori del dialogo, gli eroi del nostro tempo, perché di fondo le nostre razze, etnie , religioni e via dicendo non hanno granchè di diverso. Sono stati solo gli episodi degli ultimi due secoli a sfondo imperialista (conquiste territoriali, economiche, politiche da parte delle nazioni europee e americane) ad accentuare il conflitto e sconvolgere tutto. La colpa è nostra. Perciò non bisogna vedere i musulmani come i diversi, i cattivi, ma accettarli e trasmettersi a vicenda le scienze, le arti, le lettere che nell’arco della storia hanno portato alla nascita dell’interscambio culturale e fatto si che ogni civiltà non si sia arenata nelle proprie convinzioni e nozioni. Anche se forse oggi abbiamo superato il limite di non-ritorno per un possibile dialogo tra le due culture. Chissà se lo venisse a sapere Roberto Benigni che spettacolo monterebbe. 

Concludo con un pensiero prendendo spunto da quello che accade nel mondo del calcio. Non bisogna allarmarsi se vediamo la violenza negli stadi. L’eccezione siamo noi. Siamo noi che non usiamo la violenza e sotterriamo sotto un manto di finta civiltà l’istinto primario umano che ha caratterizzato l’evoluzione e la storia della nostra specie. Non assumiamo un atteggiamento violento semplicemente perché abbiamo paura di perdere quello che abbiamo e che rappresentiamo, quindi ci proclamiamo  paladini della civiltà. Da qui nasce la tendenza all’omertà e l’ascesa della mafia. Poi corriamo al cinema a vedere i film di Tarantino, Coppola e Scorsese provando a sfatare la paura affascinati dal potere del boss. Leggiamo Saviano e ascoltiamo Travaglio e ci rendiamo conto che la pensiamo come loro, ma alla fine nessuno fa niente.. è come se la verità non interessasse più alla gente. Ti diranno:”E chè non lo sapevi che le cose vanno così?”.  

Antonio Cataruozzolo

L’anima perduta dei Caraibi

Quando si pensa ai Caraibi, il pensiero corre lungo le chilometriche spiaggie bionde, lambite dal mare riscaldato dal sole dei tropici. Si pensa al danzare, lento, sensuale, sfrenato. Perché il caraibico la musica ce l’ha nel sangue, forte come un richiamo che viene da lontano. Quando parte la musica, il corpo la segue “ignorante” di un’allegria “che lo consuma”. I suoni più famosi in Europa, che identificano a torto il carattere di questo popolo, sono quelli allegri, veloci, da far girare la testa per tutta la notte, abbracciati a un sogno, che l’alba spazzerà via. La vera musica dei caraibi, il cuore che batte al ritmo della sua storia, è quella stravolgente del tamburo(strumento simbolo di tutti i paesi colonizzati), che comunica un desiderio impossibile, esprime la disperazione di chi piange la sua libertà rubata. Una suono possente come un grido di guerra, una forza che si scatena dentro e ti fa correre verso una vita cancellata. E allora cos’è la la vita se non la prigionia di un corpo senz’anima?

Molti scrittori hanno intessuto leggende sul potere di quella musica, che quando entra nel sangue del corpo, lo fa muovere da solo, con una sensualità senza inibizioni. Un poeta afro americano scrisse “Il tuo ventre sa più della tua testa, tanto quanto le tue cosce. E quel caimano scuro che nuota nello Zambesi dei tuoi occhi”. Ed è proprio così: con il corpo si pensa, si esprime quella gioia dei sensi, quel piacere sessuale senza amore è quasi un rito, perché non esiste una cultura della vergogna. Circa un secolo e mezzo fa, i caraibici, erano macchine da lavoro, animali per fare figli, oggi i diritti dell’essere umano sono estesi a tutti gli uomini e donne, ma se ascolti i racconti di una donna dalle mani nodose e la pelle raggrinzita dal tempo, seduta a dondolarsi sulla veranda di una vecchia casa in stile coloniale, mentre si riscalda all’ultimo sole della vita, capisci….

capisci che questo posto del mondo, è ancora alla ricerca della sua anima perduta. Quando una persona muore, durante la veglia funebre, si organizzano banchetti, vengono invitati il numero maggiore di gente possibile, rigorosamente vestiti di bianco, e tutti, anche i familiari più stretti, sfoggiano sorrisi, ridono forte, mangiano con appetito. E’ una gran festa! Nelle zone rurali dove la tradizione della veglia è più pura, si suonano i tamburi con una modulazione lenta. Annunciano che qualcuno sta tornando alle origini. O che è partito per raggiungere quel sè stesso che hanno costretto a rinnegare. Annunciano che una catena si è spezzata per sempre. Un’anima è stata ritrovata!

Paulette Ievoli

Lo tsunami “immigrazione”

In tutta Europa c’è una recrudescenza del razzismo, della paura del diverso. A questo aggiungiamo le incertezze e inquietudini che dominano la vita quotidiana di tutti, e l’equazione è fatta.

Il fenomeno immigrazione è un coltello a più punte. “Vengono a delinquere, a stuprare, a spacciare droga, uccidere”. Protestano in molti, negli ultimissimi tempi. E poi da non sottovalutare un’altra minaccia dell’immigrazione. Il cosidetto conflitto Oriente -Occidente, esploso l’11 settembre, che ha seminato il terrore in Europa, specie dopo la strage di Madrid e di Londra. Anche l’Italia durante il Governo Berlusconi, è stata nel mirino di attentati. C’è stata una vera psicosi terrorismo, non ancora risolta. L’ultimo comunicato di Bin Laden, in questi ultimi giorni, è un nuovo avvertimento agli Stati europei che difendono gli Usa, occupando l’Afghanistan.

La profezia di Nostradamus si è avverata: 1000 e non più 1000. Stiamo vivendo la fine. Nell’immaginario collettivo si pensa alla fine come a una esplosione di fuoco, a uno scoppio delle centrali nucleari a uno spargimento di sangue e lacrime

 

Il mondo sta finendo lentamente, si stanno consumando le energie di un malato terminale che non ha alternative.

E’ un lavoro inutile stabilire date e chiedere perché a chi non conosce le risposte.

Non avere vie d’uscite, questa è la fine.

La nuova rivolta nelle banlieu parigine, la paura degli extracomunitari più poveri dei poveri, a volte giustificata, altre no, che in Italia si sta alimentando come un fiume in piena, l’impotenza delle istituzioni a gestire situazioni complesse che si scontrano tutte insieme, sembrano non trovare soluzione.

L’opinione pubblica, quella che lotta per darsi una ragione per vivere, anche la più assurda, ha bisogno di dare un volto alla delinquenza, qualunque esso sia, dimenticando che l’emergenza criminalità, esiste da sempre, in tutte le realtà dove il malessere sociale è complesso e di difficile soluzione.

Ma è più comodo, forse più confortante dare un nome un cognome , una lingua, un colore della pelle alla piaga criminalità. Così si è risolto il problema principale: quello di individuare il nemico, stanarlo e sparargli addosso, con tutte le armi.

Anche il Governo, con il decreto legge 181, ha cristallizzato le paure e le inquietudini della gente.
Purtroppo gli extracomunitari che scappano dalla povertà, dalla guerra continueranno ad avanzare.

Attualmente l’immagine di due mani che si stringono, sembra stagliarsi lontano come un miraggio, nella mente dei sognatori proiettati verso un futuro che non c’è.

Paulette Ievoli


Fino all’ultimo sputo

divieto-di-sputo.jpgFinalmente una notizia tranquillizzante trapela dalle pagine del Gazzettino: «Preso lo “sputatore” di Murano». Il popolo italico commosso e compatto potrà felicemente uscire dall’allarme che teneva deste intere notti le parti più sensibili della popolazione?

Eppure erano anni che gli esercenti di Murano si ritrovavano coi vetri gratuitamente lavati, benché con la saliva… Evidentemente non ne gradivano la qualità, visto che non si trattava di ragazzini in vena di giochi da favelas ma di un 60enne muranese.

Emblematiche le testimonianze degli sconvolti negozianti di Riva Longa, Marco Giustinian e Fondamenta Navagero: «Saranno quattro o cinque anni che ci troviamo quasi tutti i giorni con sputi sulle vetrine dei negozi. Una vera e propria persecuzione, ci chiedevamo perchè, chi potesse essere l’autore di questa cattiveria e quale fosse il motivo, se avessimo fatto del male a qualcuno ma non siamo mai riusciti a darci delle spiegazioni perchè nessuno aveva mai visto niente».

Ma due sera fa, una solerte ronda serale dei caramba ha smascherato il reo nel pieno della sua attività “disinfestante”. Ecco la testimonianza dell’Arma: «Da tempo i negozianti lamentavano di trovare tracce di saliva sulle loro vetrine – spiega il capitano Troiani – ma i negozianti non hanno voluto procedere con una denuncia». Così, ahinoi, lo “sputatore mascherato” è tornato a piede libero, e su tutti noi bravi cittadini perbene continuerà a pendere la spada di Damocle di uno sputo misterioso pronto a nettare i nostri pur lindi vetri.

Si sospetta che le sputacchiate siano dovute a vecchi rancori verso gli altri commercianti, sfogati simbolicamente con l’ipertecnologica arma-sputo. «Abbiamo finalmente tirato un sospiro di sollievo perchè è stata davvero una tortura – ammettono i negozianti – speriamo che questa spiacevole vicenda non si ripeta più».

Ma la tortura sarà realmente finita? E potrà il prode Pannella concludere il suo solito, trentennale, sciopero della fame contro simili violazioni dei diritti umani?

Speriamo a questo punto almeno nel buon senso del “lama muranese”, altrimenti rischieremmo di doverci mettere in fila nella graduatoria degli “Stati canaglia” subito dietro ad Iran, Corea del Nord e Cuba. Anche noi in attesa del salvifico intervento degli eroici boys anglo-americani, sempre pronti a liberare qualsiasi popolo dalle tenebre della tortura e della cattiveria, sulle quali giustamente vogliono tenere l’esclusiva.

Pepzanz

La Street ed Urban Art la La.na.

NAPOLI – Se c’è ancora chi pensa che dipingere un muro sia degrado, deve ampiamente ricredersi di fronte alle opere in mostra, da venerdì a domenica 25 novembre, presso l’ex-lanificio di piazza Enrico De Nicola. A pochi passi da Castel Capuano, l’associazione La.na. (Laboratorio di arte napoletana) ha dato vita a una tre giorni di street art, arte urbana, Bazar-One: dipinti sui muri di tre metri quadri, acquerelli, stampe, videoproiezioni e videoinstallazioni, serigrafie. Ad aver riscosso più successo le ‘Serpe in seno’, tre ragazze romane: Camilla Falsino, Susanna Campana e Giovanna Pistone. Hanno venduto tutte le dodici stampe esposte, dedicate ai gironi infernali. I condannati da Dante trasfigurati da un’ironia completamente al femminile. Di Andrea Marrapodi, invece, sono stati molto apprezzati gli acquerelli dei paesaggi urbani romani, simili a quelli partenopei, sempre più metropolitani: stazioni, sopraelevate e ingorghi con i tratti di un fumetto. “Contrastiamo il concetto di arte da salotto – spiega Andrea -.

I murales sono un’espressione dell’essere umano, vicini a tutti. Con tutti gli altri insegniamo pittura ai bambini considerati difficili. Se l’arte deve essere consumismo, che ne possano giovarsi tutti”. I G.A.R. di Roma, gruppo al quale appartiene anche Andrea, sono oramai una sorte di bottega. I primi hanno iniziato nel ’95, tra loro anche Sette, il primo ad aver dipinto un treno a Napoli. “Se c’è ancora il mio disegno, vuol dire che a Napoli avete apprezzato la mia arte – scherza – oppure che i treni non li lavano”. Hanno esposto e venduto stampe pop, tele e magliette. Di grande intensità i dipinti sui muri di donne, tigri e effetti optical dei tedeschi: Die Fleischerei, Alias, El Bocho. Ad aver affascinato i presenti anche le proiezioni e le performance degli artisti partenopei MaraM e NRCBase1, dei veneziani Momatic e dei Bergamasterz .

Tutto napoletano l’altarino all’entrata della mostra, realizzato dal ‘Nucleo di resistenza cullturale’, e dedicato alla Madonna della chance artistica. Alla performance di MaraM, c’erano anche i genitori e la famiglia tutta ad applaudirla, con lo slogan ambiguo ‘Mara-Dona”, regalava panini prodotti durante gli anni del famoso calciatore, Maradona. Ad aver esposto anche Pietro Maiozzi, in arte Bol, il primo ‘graffittaro italiano’, passato alle tele e anche lui all’insegnamento. Con i capelli già un po’ bianchi, è un’artista considerato tale già dai bene informati. Spopola sulle riviste tedesche e di settore. Quaranta sono stati gli artisti che hanno presentato le loro opere, tra gli altri Goldmine Shithouse, Kaf, Eno, Iabo, MaraM, VOA, AV, VisionsFromMyAmaca, Pulse, NoStyleFuckers, Marghe, Lorenzo Fonda, Nicola Toffolini. Direttore artistico di Bazar-One, realizzato da La.na in collaborazione con Lanificio 25 e NOTGallery, con il patrocinio della Provincia di Napoli. è Alfonso De Angelis. Sue le opere in mostra nell’ultima sala. Per tre giorni, a qualche centinaio di metri dalla stazione centrale, è sembrato di essere ai tempi di Andy Warhol e Jackson Pollock.

Raffaella Maffei

Due di Due

cover Due di dueVasco Pratolini, esponente del neorealismo fiorentino, affermava che l’analogia rivela lo scrittore, ossia il modo di comparare e trasmettere al lettore attraverso una serie di esempi-metafora un concetto o una data sensazione era il modo migliore per far immergere il lettore e renderlo padrone del contesto. Andrea De Carlo va oltre. Il suo stile di scrittura si assurge per una notevole eloquenza introspettiva, permettendogli di descrivere nel modo più semplice del mondo cose, sensazioni e impulsi che noi percepiamo e sappiamo nostri e che allo stesso tempo non abbiamo mai tradotto in parole. De Carlo c’è riuscito con il linguaggio più soffice che abbia mai macchiato carta. Nato a Milano nel 1952, De Carlo cresce e si forma sempre nel capoluogo lombardo sotto l’ala del padre architetto e quella della madre traduttrice. Laureatosi in Storia Moderna inizia ad appagare la sua sete di scoperta viaggiando per i quattro angoli della terra, vivendo per lunghi periodi negli Stati Uniti, in Australia, in Sud America e in diverse città europee.

E’ con il suo terzo romanzo Treno Di Panna (1981), che De Carlo riesce a farsi notare da Italo Calvino e quest’ ultimo gli da una mano a farlo pubblicare da Einaudi. L’anno seguente vince un premio letterario grazie a questo romanzo e fa la conoscenza di Federico Fellini, nasce così un’amicizia che gli permetterà di collaborare al film E la nave va. Tra le altre sue attività non letterarie si possono annoverare: la messa in scena insieme a Ludovico Einaudi dei balletti Time Out e Salgari, con il gruppo di danza ISO e Daniel Ezralov, e i cd da lui musicati Alcuni nomi (con il percussionista bengalese Arup Kanti Das) e Dentro Giro di vento.
I suoi romanzi sono: Treno di panna, Uccelli da gabbia e da voliera, Macno, Yucatan, Due di due, Tecniche di seduzione, Arcodamore, Uto, Di noi tre, Nel momento, Pura vita, I veri nomi, Giro di vento, Mare delle verità. Sono stati tradotti in 21 paesi.
Tra questi andremo a presentare quello che più ha simboleggiato e descritto la lotta dei giovani, di una generazione quella del ’68, contro una società e un sistema politico privi di morale e meritocrazia.

Il romanzo è Due di Due (1989), protagonisti sono due amici: Mario (l’io narrante) e Guido. Diversi per carattere e indole ma uguali nell’insofferenza nei riguardi di un mondo che spiattella ideali e valori a destra e a manca e che alla fine dei giochi non ruota mai verso la direzione giusta. Mario e Guido in sostanza sono i due lati della stessa medaglia, riassumono i due aspetti del carattere di ognuno di noi ovvero quello ribelle, rabbioso e anarchico, pronto a lottare contro le ingiustizie, e l’altro più moderato, paziente, consenziente e rassegnato che preferisce allontanarsi, confuso dal marasma generale, piuttosto che provare a cambiare le cose. Queste due figure rievocano i sogni di gloria e di utopia che l’adolescenza porta con se come bagaglio principale e che si perdono pian piano per strada per forza di cose. Molti critici e scrittori hanno additato Guido come il più bel personaggio della letteratura italiana dell’ultimo ventennio e a mio avviso ha tutto il diritto di meritarsi questa investitura. Ora tocca a voi giudicare.. buona lettura.

Antonio Cataruozzolo

Immolato sull’altare del dio-pallone…

foto Ansa

ansa_11626652_56520.jpgGabriele Sandri aveva ventotto anni, faceva il dj e tifava Lazio. L’undici novembre scorso era in viaggio con amici per Milano, naturalmente per assistere alla fascinosa trasferta sul campo della corazzata nerazzurra. Ma il destino aveva altri piani… un destino che si è identificato nella pistola di un agente della Polstrada in servizio presso l’autogrill di Badia al Pino. Un colpo, forse due, destinazione, volente o nolente, il collo del ragazzo: Inter-Lazio sarà rinviata per lutto.

Perché è successo? Come sperare di scoprirlo in un paese dove, a distanza di decenni, non si può ancora sapere la verità sulle tragedie di Ustica o della stazione di Bologna o dei cieli di Aviano, ecc. ecc… fino alle ultime impunite morti di Carlo Giuliani o di Federico Aldrovandi, per citare solo i casi più noti di vittime delle forze dell’ordine.

Come sempre si beatificano i morti, e si mettono intanto a tacere i lamenti di chi scorge un’ingiustizia con le solite promesse di punire il colpevole. In segno di rispetto per la vittima hanno pure fermato per una giornata i campionati professionistici; peccato che la serie A era comunque in pausa per la nazionale e la B già minacciava di non giocare, in protesta per la mancata copertura televisiva del campionato. Beh però la C almeno l’hanno fermata…

Insomma la solita farsa all’italiana, montata per tentare di regalare un minimo di moralità e credibilità al caravanserraglio pallonaro. Si sa che “the show must go on”, e il presidente di Lega Matarrese non molto tempo fa già aveva ricordato alle anime belle che “i morti fanno parte del sistema”. Un sistema che fattura più di sei miliardi l’anno, e che ha un giro d’affari che si erge al terzo posto fra i settori capitalistici italiani. Alla spietata industria calcistica non si può certo rinunciare, anche perché – come ha ricordato il SISDE –svolge il ruolo di supplente rispetto agli istituti tradizionali di mediazione sociale – sindacati, partiti, parrocchie, famiglie – sempre più svuotati di ogni funzione. Lo si voglia o meno gli stadi restano tra i pochi luoghi in cui vi sia ancora una parvenza di socialità, e di conseguenza diventano il contenitore della rabbia e delle frustrazioni quotidiane, specie di giovani ai quali questa società non fornisce alcuna prospettiva.

Le immagini post-tragedia dell’altra domenica – auto in fiamme, giovani col volto coperto, caserme assaltate, ecc. – rimandano alle sommosse delle banlieues francesi dello scorso anno. Sarebbe sbagliato non cogliere un’analogia di fondo tra i fenomeni, indipendentemente dalle motivazioni e dall’estetica degli scontri: in queste rivolte si forma sempre una rete impersonale adeguata all’azione, nella quale è impossibile individuare il singolo “colpevole” o il “capo”, identificati i quali lo scontro risulterebbe stroncato.

In queste sommosse non si chiede nulla, ma si “esplode” attaccando a testa bassa un “nemico” che provoca di per sé coalizione e coordinamento. Non è più il Sessantotto, che ha fornito la manodopera dirigente degli attuali governi di buona parte del mondo, qui non c’è più nulla da poter inglobare nelle istituzioni, o nelle loro presunte opposizioni. Qui c’è solo furore travolgente, senza alcuna rivendicazione.

Allo Stato-gendarme resta ben poco da fare, come s’è visto in entrambi i casi. Può solo gridare “tolleranza zero” e “pugno di ferro” contro la feccia umana, inveendo all’americana al solito pericolo del “terrorismo”, ma queste grida non modificano in nulla un processo in evoluzione verso sempre più alti livelli di violenza. Sono conseguenze inevitabili dell’insensatezza di una società che considera le sue forze giovani solo come un peso da scaricare o come clienti da abbindolare, ma mai come esseri umani.

Pepzeman

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